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Non ho più un account di Whatsapp

Ho cancellato il mio account di Whatsapp (così credevo) nel mese di aprile 2021.

Qual è stato l’impatto per me?

Beh, senza Whatsapp vivo molto meglio ma non senza comunicare perché lo faccio quotidianamente con sistemi e servizi che reputo più idonei e sicuri.

Le conseguenze alle quali ormai sono abituato

Ancora oggi - dopo oltre un anno - molte persone mi comunicano telefonicamente o mediante altre app di messaggistica di avermi scritto su Whatsapp e di non aver ricevuto riscontro.

Solitamente rispondo a tutti anche in tempi rapidi, non essendo abituato a lasciare comunicazioni sospese o ignorare chi mi contatta.

Il problema, però, non è mio ma di Whatsapp che consente a queste persone (ignare) di visualizzare il mio profilo (ormai cancellato da tempo).

Ho provato ad affrontare la questione confidando nel servizio di supporto di Whatsapp e, nonostante le mie numerose richieste, le loro risposte “predefinite” sono state sempre dello stesso tenore e cioè qualcosa come “confermiamo che il suo account è stato cancellato”, con relativa chiusura del ticket. Sino ad oggi ho volutamente evitato di esercitare i miei diritti rivolgendomi all’Autorità di controllo irlandese.

Se da un lato non è chiaro (un’idea, però, ce l’ho) come mai molte persone continuino a vedere il mio profilo su Whatsapp per inviarmi messaggi, è invece di palmare evidenza che il mio profilo non sia stato completamente cancellato.

Capita spesso di sentire qualcuno che intende contattarmi su Whatsapp e, quando rispondo che non ho un account, la reazione immediata è di profondo stupore, come se avessero di fronte un uomo dell’era paleozoica (e magari lo sono).

Infine, forse fortunatamente, ci sono alcuni più attenti che mi domandando: “Perché hai deciso di cancellare il tuo account di Whatsapp?”.

Questa domanda meriterebbe una risposta completa e articolata, ma a volte - un po’ per lo scarso tempo a disposizione e un po’ per non essere troppo “tecnico” - non è semplice fornire spiegazioni circostanziate. Gli interlocutori, comunque, pazientemente mi ascoltano, mentre avverto una loro sensazione di smarrimento che mi induce a sospendere le mie chiarificazioni avviate anche con un certo entusiasmo.

I miei «perché»

Provo a rispondere in termini molto sintetici alla domanda che mi viene solitamente posta.

Whatsapp è basata su un sistema centralizzato le società WhatsApp Ireland Limited (per gli utenti che risiedono nella Regione europea) e WhatsApp LLC (per gli utenti che risiedono fuori dalla Regione europea) hanno il pieno controllo sui sistemi informatici e sui relativi dati.

Conseguentemente l’utente non ha il pieno controllo sui propri dati personali; richiamo ciò che ribadisco molto frequentemente e cioè che il Considerando(7) del GDPR, nella seconda parte, dispone “È opportuno che le persone fisiche abbiano il controllo dei dati personali che le riguardano e che la certezza giuridica e operativa sia rafforzata tanto per le persone fisiche quanto per gli operatori economici e le autorità pubbliche.”. Il controllo dei dati personali che ci riguardano è un principio giuridicamente cristallizato nella legislazione europea e non è un’opinione o una prassi. Inoltre, il GDPR prevede il principio di “minimizzazione dei dati” all’articolo 5(1)(c) e il titolare del trattamento (Whatsapp) deve rispettarlo.

Quali dati raccoglie Whatsapp per creare un account? La risposta è nell’Informativa sulla privacy di WhatsApp, nella quale leggiamo “Per creare un account WhatsApp, l’utente deve fornire il proprio numero di cellulare e un nome del profilo a sua scelta. Se l’utente non ci fornisce queste informazioni, non potrà creare un account per usufruire dei nostri Servizi. L’utente può aggiungere anche altre informazioni facoltative al suo account, ad esempio un’immagine del profilo e informazioni nella sezione “Info”.” Il numero di cellulare è un dato particolarmente delicato che non dovrebbe essere chiesto per la creazione dell’account, se si seguono i criteri che solitamente si utilizzano solo mediante uno username e una password.

È sufficiente continuare a leggere l’informativa privacy di Whatsapp per avere ulteriori elementi di riflessione sia in ordine alla quantità e qualità di dati personali raccolti, sia riguardo alla condivisione di dati con altre aziende del gruppo (nell’informativa si legge “Collaboriamo con le aziende di Meta negli Stati Uniti che ci aiutano a gestire i nostri Servizi. Per usufruire di tali servizi, condividiamo le Informazioni raccolte.”). Inoltre, si leggano nell’informativa le finalità e le relative basi giuridiche per avere un’idea. Colpisce la base giuridica del legittimo interesse per attività di Business intelligence e analisi; in buona sostanza, “conosco tutto di te utente”.

Il codice dell’applicazione di Whatsapp è proprietario e ciò vuol, dire che non è possibile esaminarlo e quindi sapere quali sono i processi. L’utente non può fare nulla se non essere obbligato a fidarsi.

Per quanto concerne la sicurezza, Whatsapp dichiaraThe Signal Protocol, designed by Open Whisper Systems, is the basis for WhatsApp’s end-to-end encryption This end-to-end encryption protocol is designed to prevent third parties and WhatsApp from having plaintext access to messages or calls.”. In questo caso, i profili di sicurezza non costituiscono secondo noi il punto nodale della questione.

Ciò che non condivido

A questo punto, sono io che domando: “Perché usi Whatsapp?”

Ricevo solitamente la stessa angosciante e imbarazzante risposta del tenore “Perché la usano tutti”.

Quindi fornisco all’interlocutore alcuni dati su Whatsapp:

  • 2,2 miliardi di utenti attivi nel 2021, e nel primo quadrimestre del 2022, 2 miliardi e 376 milioni di utenti;
  • nel 2021, 5,3 milioni di download;
  • popolarità nel mondo pari al 31%;
  • fatturato annuale di WhatsApp nel 2021 pari a 8,7 miliardi di dollari: qual è il guadagno, a parte la pubblicità, considerato che l’app è gratuita?

Il grafico che riportiamo di seguito (fonte https://www.businessofapps.com/data/whatsapp-statistics/) chiarisce meglio il concetto riguardo agli utenti per trimestre di WhatsApp dal 2012 al 2022 (in mm).


WhatsApp quarterly users 2012 to 2022 (mm)



Questi dati secondo noi non depongono a favore di Whatsapp.

Prima ho definito la risposta ricevuta dall’interlocutore “angosciante e imbarazzante” poiché essa va considerata anche come un indicatore del condizionamento sociale provocato dal “fenomeno” Whatsapp.

In effetti, al di là degli argomenti su esposti, va preso in seria considerazione il fenomeno che qualifica l’utente come “Whatsapp addicted”, poiché gli impedisce di fatto di abbandonare quell’app. In sostanza, si è determinata una vera e propria “dipendenza” da Whatsapp che angoscia l’utente nel momento in cui allo stesso si propone di cambiare soluzione. L’utente di Whatsapp non intende abbandonare l’app perché teme di non essere più in condizioni di comunicare se esce dal “mega gruppo” dei whatsapp user.

Possiamo definire il fenomeno in termini di dipendenza, soggezione, schiavitù, ma bisogna ricordare che siamo liberi e soprattutto di scegliere.

Effetti sulla privacy dell’utilizzo “distorto” di Whatsapp

Questo aspetto è estraneo all’app e dipende esclusivamente dai singoli utilizzatori. In ogni caso, secondo noi, costituisce un fenomeno di rilievo.

Strano ma vero: molti utilizzano Whatsapp per lavoro anche scambiando documenti (a volte anche con dati molto delicati) e inviando messaggi vocali strettamente riservati e confidenziali.

Il titolare e il responsabile del trattamento, nell’adottare misure tecniche e organizzative, rispettando il GDPR, per l’Italia anche il codice privacy, dovrebbero predisporre buone prassi e policy aziendali per sconsigliare l’utilizzo di Whatsapp nelle organizzazioni.

Purtroppo, nella realtà molto spesso accade esattamente il contrario, legittimando la comunicazione mediante Whatsapp, si ribadisce sistema centralizzato senza alcun controllo da parte dell’utente, anche mediante l’invio di documenti o di immagini di essi dai contenuti frequentemente delicati.

Stesso discorso vale per gli enti pubblici, ove non sono pochi i casi di funzionari avvezzi all’utilizzo avventato e audace di Whatsapp sia per comunicazioni interne di servizio sia a volte per quelle con gli utenti.

In quasi tutti i settori è invalsa la pessima abitudine di scambiare consapevolmente (?) comunicazioni delicate anche con l’invio di documentazione. Molto frequentemente, poi, accade di effettuare un invio - magari anche di un documento - sbagliando destinatari.


Discorso a parte meritano i messaggi vocali scambiati tra utenti che - lo ricordiamo a noi stessi - confluiscono sui server di un sistema centralizzato ove l’utente non ha controllo. In effetti è consentito all’utente di cancellare il singolo messaggio, immagine e contenuti scambiati con altri utenti, ma questi non ha nessun potere di controllare che tali elementi siano stati anche rimossi dai server.

Quale consapevolezza e quali cautele?

Si utilizza un app di messaggistica con la finalità di comunicare in modo sicuro, consentendo all’utente di avere il pieno controllo sui propri dati personali e magari anche con risorse decentralizzate.

Come si può ancora pensare che Whatsapp sia una soluzione idonea per messaggistica?

Dopo quanto illustrato a nostro avviso è assurdo pensare che Whatsapp possa essere la soluzione idonea per messaggistica.

Il ruolo primario dell’utente impone al titolare del trattamento il massimo rispetto della legislazione vigente in materia di protezione dei dati personali e privacy.

L’utente deve essere sempre libero di avere il pieno controllo sui propri dati personali in un sistema che dovrebbe essere decentralizzato e non, invece, concentrato in capo ad un solo soggetto.

Peraltro, in Europa proprio la proposta sul Digital Markets Act (DMA) impone ulteriori riflessioni. Infatti, i “gatekeeper” saranno tenuti a rispettare le norme della proposta, consentendo ad altri player di ottenere le API in modo che gli utenti possano accedere da altre risorse, così come, peraltro, indicato nel comunicato stampa pubblicato a marzo.

Peraltro, non va dimenticato che Whatsapp ha ricevuto un ultimatum dall’Unione europea all’inizio di quest’anno riguardo a termini e condizioni del servizio, non escluse le condizioni indicate nella privacy policy.

La Commissione Europea recentemente ha inviato una seconda lettera a Whatsapp “ribadendo la richiesta di informare chiaramente i consumatori sul modello di business di WhatsApp e, in particolare, sul fatto che WhatsApp ricavi da politiche commerciali relative ai dati personali degli utenti.” (la traduzione è nostra).

Andrebbero effettuate, preventivamente, le opportune valutazioni sul rispetto da parte del titolare del trattamento riguardo alle norme del GDPR e, specificamente, sapere come un fornitore di app di messaggistica le rispetta nella pratica.

Le criticità che abbiamo illustrato sono fondamentalmente quelle che ci hanno indotto a cancellare l’account di Whatsapp.

Non per questo siamo rimasti isolati dal mondo e senza strumenti di comunicazione.

Le soluzioni ci sono e le illustreremo nel prossimo contributo che pubblicheremo a breve.

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